Il racconto antirazzista “il velo lacerato” ambientato a Catania

0
308
racconto antirazzista

Riceviamo e pubblichiamo questo racconto che ci ha inviato Salvo Odierna.

CATANIA: STAZIONE DEGLI AUTOBUS
Entra un signore, chiede due euro per un biglietto dell’autobus. Io e la persona accanto, un uomo straniero sulla cinquantina, diamo il contante mancante. L uomo accanto a me è Algerino, iniziamo a parlare. E’ appena uscito dal carcere, dopo tre mesi, perché non ha il permesso di soggiorno. Gli chiedo la sua storia. Si chiama Zidanè. E’ Partito all’età di tredici anni, insieme ad un suo coetaneo, nascondendosi in una nave cargo diretta a Trapani. Il viaggio è durato sette giorni, per cinque dei quali non ha toccato cibo se non qualche “daterino rosso”, come lo ha chiamato lui. Ha girato l’Europa ,ora lavora come cuoco in un locale, ovviamente in nero perché senza permesso di soggiorno, nonostante il suo datore di lavoro abbia provato invano a farglielo ottenere. E’ sposato con una ragazza tunisina con il permesso e richiedente la cittadinanza italiana. Ha un figlio. Gli chiedo perché sia partito, se fosse cosi insostenibile la vita. Mi racconta che in quegli anni in Algeria, nel paese natio, non esistevano scuole, la città era divisa tra militari e terroristi, nessuno usciva. Mai. La paura era troppa, “è come – mi racconta – se in questo momento nella rotonda dinnanzi a noi un auto improvvisamente scoppiasse. Ecco lì succedeva, continuamente”. Non è mai più tornato in Algeria dopo la morte dei suoi, perché mi dice che in Italia sta bene, ormai conosce questo paese e si sente in parte italiano. Devo chiederglielo… “Perché proprio l’Italia?” lui mi guarda e risponde ” l’hai visto pure tu con il signore di prima, in Italia, e soprattutto in Sicilia, quando hai bisogno c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano…l’Italia e’ la Mamma del povero”. Mi parla della croce rossa ed altre forme di assistenza…infine chiedo del razzismo verso chi è come lui, mi risponde che in fondo chi è razzista lo è verso tutti. In Germania, mi racconta, lo sono ad esempio anche con gli italiani. Mi parla degli altri paesi europei, mi dice la differenza è netta, lì non hai diritti. In Italia se un poliziotto ti becca un pò alticcio ti porta in caserma e basta. In Germania, sono subito pugni e pedate. Lo guardo, capisce cosa voglio dire e aggiunge : ” Tu pensi che un giudice creda alle parole di extra-comunitario?” . Arriva il mio autobus, lo saluto augurandogli in bocca al lupo. Dentro me provo un misto di rabbia e speranza.
La rabbia verso i detrattori della solidarietà, i sostenitori dell’ “a casa loro”, I nuovi fascisti democraticamente vestiti. Ma anche speranza verso una parte del popolo che non cede al populismo che sa molto di xenofobia ed ancora crede che aiutare il prossimo non dipenda dalle origini o dal colore della pelle, ma sia insito nella cultura di chi ancora crede in un mondo diverso. E prima di chiudere gli occhi penso che oltre ai controsensi, ai limiti ed ai fallimenti del nostro bel paese vi è un cuore che fortunatamente continua ancora a battere. Perché in fondo l’Italia non è altro che la “Mamma del povero”.